Ieri sono stata 7 ore a letto, con le persiane chiuse. Mi sono alzata di notte, ho rollato una sigaretta e mi sono accucciata in terrazzo guardando qualche luce in lontananza. Ultimamente faccio questo esercizio: mi concentro su qualcosa per un tempo prestabilito, per sfidare la mia mente a non andarsene in giro per conto suo, senza che qualcuno glielo abbia chiesto. Temo che non abbia funzionato.

Ho iniziato a pensare, senza che me ne accorgessi, al mio mettermi sempre in uno stato di richiesta, al mio scaricare la responsabilitá di come va la mia vita, di chi sono oggi, su qualcuno che ho lasciato entrare. Rifletto sul mio sentirmi un quadro da completare, uno surrealista che é stato ritrovato senza firma o il cui autore è morto: non so a chi chiedere delucidazioni su tutti gli elementi che mi compongono e sembro non avere senso. Allo stesso tempo, quando qualcuno mi dice che non capisce il quadro, mi arrabbio e mi difendo, come se io avessi giá compreso tutto. Cerco il pezzo mancante, cerco l’autore, pensando che godere della bellezza del quadro in sè, non basti. Il quadro, durante la mia ricerca ossessiva che mi distrae dalla bellezza e dai dettagli dell’opera, si impregna di nero. Quando alzo gli occhi, non solo non lo vedo più, ma non me lo ricordo. Prendo consapevolezza del fatto che ero già completa, senza inutili pretese da me o da chi mi ha dipinto, da chi ha cercato di guardarmi mentre mi oscuravo e non ha avuto il tempo di capire.

2 pensieri su “Richiesta di completamento di un essere intero.

  1. Paradossalmente sarebbe ancor più desolante percepire completo il dipinto. Non rinuncerei mai alla tensione creativa, al tormento, che comporta l’ostinazione di arricchire, correggere, rovinare, abbellire la tela, ancora e ancora…

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