Primavera (elettro) statica.

C’è tanta energia nell’elettricità di un contatto che ci scuote. I brividi che arrivano prima che le mani ci tocchino, come i capelli che vicino al cuscino del divano si fanno leggeri per forza elettrostatica.

Viviamo per quei secondi di estasi, con la paura che stiano per trasformarsi in cenere, perché poi alla fine succede, in un modo o nell’altro; in un momento o nell’altro.

La cenere è un naturale fertilizzante che ci farà crescere più robusti; tuttavia i nostri nuovi fiori non saranno così sgargianti e floridi in primavera.

La nostra primavera sarà fredda e piena di pioggia come quella di Amburgo.

Bella, austera, distante e non più così tenera.

E neanche il ricordo dei momenti prima di quel contatto ci scalderà.

Come le lucertole.

Quando si raggiunge un discreto livello di consapevolezza di sè, ogni piccolo tassello del proprio essere che si muove durante un cambiamento può essere percepito.

Si sente il rumore di un ingranaggio che si muove e che sa già come incastrarsi. All’inizio stride e ha bisogno di olio per continuare a girare, poi però non richiede manutenzione.

Ecco, io sento ancora lo stridore, come un acufene che di tanto in tanto si presenta ma non turba il sonno.

Dá un insolito piacere quel rumore, un piacere che ha il sapore di una riparazione. Siamo le lucertole a cui i bambini per gioco tagliavano la coda, perché sapevano che sarebbe ricresciuta, non considerando il dolore del processo.

Dio, se esiste, ma piuttosto inteso come concetto, è un bambino che ci taglia la coda.

Crescerà mai uguale a prima e con la sindrome dell’arto fantasma anche una volta raggiunta la piena lunghezza.

La memoria emotiva è diabolica, per quanto funzionale;un enorme nido di api sulla finestra di un bagno di una casa in campagna che ti dispiace bruciare dopo averne rubato il miele.

pseudovite

Mi ritrovo a dover scrivere. Ultimamente sto dissociando sempre più frequentemente. Per spiegare meglio cosa sta succedendo, direi che sto vivendo la mia vita come un film, distaccata dal mio corpo, lontana dalle vibrazioni. Il tipo di società in cui stiamo vivendo mi sfianca, mi toglie energia, appiattisce le mie frequenze emotive. Passeggiavo per i mercatini di Natale, popolati da bestie affamate che comprano soprammobili per case in cui rinchiudersi. Quelle musiche che di solito si mettono in questo periodo dell’anno sono sempre state per me in un certo senso fastidiose, ma non avevano mai assunto quei connotati inquietanti delle musiche allegre nei film horror. Le sensazioni positive sono il prototipo di una felicità effimera, confezionata, di breve durata. Lo standard della serenità si è abbassato somigliando a quello dell’apatia, come se fosse meglio non sentire nulla piuttosto che quello che naturalmente tutti in questo momento proviamo. Un gioco di equilibrio in cui si cammina su di una corda molto sottile, sospesa sul burrone della depressione. Quanto si può resistere a tanta violenza psicologica, quando si è pedine in una scacchiera di cui non si vede la fine? Quando ti si presenta con Schmelzkuchen e decorazioni per l’albero? Il primo regalo che ho scartato quest’anno, era un cartone di tute anti-covid a lavoro. Il biglietto non c’era, ma me lo immagino così: “e voi, che pensavate di poter vivere. Tanti auguri.”

La tua natura, le tue stagioni.

Eccoti, ti vedi. Sei bella e forte come una tempesta da guardare attraverso una finestra quando si ha paura dei fulmini.

Un tuono che fracassa il limite del tempo, governato dalla casualità.

Sono piovuti lacrime e risentimenti, ma poi é arrivato sempre il sole e ti sei perdonata stringendoti tra le tue braccia.

Non si contiene tanta forza e tanta luce, dopo che il buio ha fatto il suo corso.

Alcuni alberi si sono spezzati in un processo di rigenerazione che doveva accadere: avevano radici profonde, ma erano vecchi e fragili, erano convinzioni che andavano abbattute.

Avevano dato ossigeno alla tua evoluzione e si erano spenti sapendo di aver adempiuto al loro compito.

Avevano tuttavia gettato gemme per la nuova vita, in attesa di nuove tempeste a cui resistere o perire.

Borderline, tra ordine e disordine.

Quando arriva l’inverno si congelano i miei buoni propositi. Dedico ogni fibra del mio corpo al mantenere un tipo di calore diverso da quello fisico. Sono un tipo di personalità, almeno, ambivalente. Gelida, nera, fragile/ in fiamme, irradiante luce, piena di energie che vanno catartizzate. Questi due estremi tirano con ogni loro forza in direzioni opposte e mi lacerano.

Un eterno doloroso contrasto tra bene e male, tra luce e oscurità.

Un gioco di specchi distorti che non mi dà il sollievo di un chiaro profilo da tracciare.

Sono costantemente affamata dei vizi e piaceri della vita e incline ad ogni tipo di dipendenza;

all’eterna ricerca di una forma sempre più violenta di autocontrollo, per sedare quella parte di me che più si sente repressa più si avvicina in un vortice di turbamenti,

alla collisione del piacere e del dolore,

lato sinistro e destro dello stesso imponente essere.

E fumo, bevo, faccio l’amore come se fossero piccole morti da cui risorgere;

come se ogni volta una parte di me in ipossia prendesse ossigeno per evitare la cancrena;

come se un domani non ci fosse e paradossalmente, per crearlo da una nuova esplosione cosmica.

D’istinto, di stenti

L’autostima é, tra le altre cose, un ottimizzatore del tempo.

Ad esempio, impiego più tempo a convincermi di sbagliarmi di quello che spendo ad accettare che ho quasi sempre ragione. E penserete: beh, l’autostima a quanto pare non ti manca. Io la chiamerei piuttosto “processo di idealizzazione-svalutazione”. Io pretendo molto da me, troppo, ma so anche che posso pretenderlo.

Non so se, come spesso mi ha detto mio padre, dipenda dal mio spiccato spirito contraddittorio e di contraddizione.

Insomma, senza litigare é una noia, soprattutto se sto ore con me stessa e nessun altro.

Sono convinta che se avessi ascoltato il famoso sesto senso, invece di perdere ore, giorni, settimane o anni a pensare di essere nata dal ventre della paranoia, mi sarei risparmiata il 70 % delle cazzate che ho fatto. E dico 70 %, perché é una percentuale credibile, un mediocre numero che non é troppo vicino alla metà ma neanche al totale.

Qualche volta é meglio andare “a sentimento”, soprattutto se é più affidabile del cervello che, probabilmente in una scena alla “Frankenstein Junior”, ti hanno rifilato per sbaglio.

Senza veli, senza inganni.

Guardo fuori dal finestrino di un treno, la campagna si distende verde e austera; non é dolce come quella di casa: mi guarda attraverso il vetro, senza strapparmi ricordi felici.

Rifletto su cosa per me significhi essere nuda. NUDA. NUDA.

Mi viene da pensare che sia un termine troppo vago, quindi andrei per associazione.

Nel mio percorso evolutivo, per la mia personalissima esperienza, la prima parola che vi accosterei sarebbe ACCETTAZIONE.

Se andiamo al significato più comune, mi ricordo quel senso di NAUSEA che ha sempre fatto da introduzione allo spogliarmi davanti a qualcuno, al pensiero di quale parte del mio corpo quella persona avrebbe ripudiato, evitato di guardare.L’impossibilità di raggiungere una vera intimità. L’ossessivo pensiero di oscillare tra il mediocre e il brutto.

L’ACCETTAZIONE della mia mediocrità estetica mi ha poi paradossalmente messa a NUDO, lasciandomi conoscere il mio vero IO, la mia essenza.

Sto imparando a spogliarmi davanti a me stessa, dei miei traumi, del mio dolore, di quello che mi hanno fatto e di quello che mi sono fatta, del veleno che rappresento nella mia testa come una grande massa nera al centro del petto.

Senza veli, senza inganni, senza nausea.

Bionici

Ho lottato tanto, spingendo contro la corrente con ogni fibra di me stessa, ma alla fine sono comunque finita qui: il momento in cui ho perso le mie buone intenzioni e mi sono raggomitolata con la testa sulle ginocchia. Qui non si sta poi cosí male: è pieno di gente disillusa che si concentra sui dettagli della propria routine e non si preoccupa più di cose grandi come l’amore o il dolore. Li avevo già incontrati prima, dato che sono loro ad avermi invitata. Avevano fatto troppi investimenti sbagliati e non volevano più rischiare di trovarsi in tasca qualche altro pezzo d’anima che non si poteva rincollare. Ho fatto notar loro, che quando ci si sforza tanto di non provare niente e di ridurre la vita a reazioni chimiche e schemi, tecniche mindfulness e yoga contro l’ansia e pro-individualità, non si dà più tanta importanza neanche ai sentimenti altrui: ecco come sono finita qui, con loro. Mi é stato detto “spero che tu non smetta mai d’amare” e ho risposto che sarebbe stato impossibile; ma un giorno mi sono svegliata e tutto il calore e l’accoglienza erano scivolati fuori dal mio corpo come in un post-sbronza, svuotandomi. Un attimo prima c’erano e poi il buio. Mi ripeto: meglio così, ti fai forte! Era ora che temprassi questa “infantile ipersensibilità ed accondiscendenza”. Ma non é per caso, che non ero nè sbagliata, nè infantile, nè dipendente dai rapporti umani? Magari amavo, niente di più, e per loro era già sbagliato così, perché semplicemente non lo capivano.

Bivalenza

Il momento in cui tocchi il fondo del pozzo é sempre caratterizzato da una certa bivalenza. Sei strattonato tra l’occasione, la voglia di luce e il domandarti come ci sei finito. Quando non hai niente da perdere sei pervaso da un nuovo calore, nonostante il quale hai tremendamente freddo. Nessuno ti tirerà fuori di lí: finché non guardi in alto per vedere un braccio teso, non puoi sapere se qualcuno é venuto a cercarti. Stai lí a crogiolarti nella disperazione, cercando di capire come uscire fuori da quel posto umido e fatiscente, sbatti contro la corda che ti hanno calato fino in fondo a quell’abisso e pensi a come si fa il nodo del cappio. Ti fermi prima dell’orlo di un dirupo e oscilli tra il “vorrei poter volare” e il “sto per cadere”, senza guardare giù, senza considerare che ci sia la possibilità che non sia alto quanto pensi e che proprio oltre ci possa essere una valle infinita da esplorare. Vedere l’occasione nel punto di rottura é il coraggio di saltare o arrampicarsi sulla corda, con il rischio di cadere rovinosamente nel vuoto, perché una minuscola e luminosa parte di te sa che c’é una possibilità di concederti nuova vita.

Richiesta di completamento di un essere intero.

Ieri sono stata 7 ore a letto, con le persiane chiuse. Mi sono alzata di notte, ho rollato una sigaretta e mi sono accucciata in terrazzo guardando qualche luce in lontananza. Ultimamente faccio questo esercizio: mi concentro su qualcosa per un tempo prestabilito, per sfidare la mia mente a non andarsene in giro per conto suo, senza che qualcuno glielo abbia chiesto. Temo che non abbia funzionato.

Ho iniziato a pensare, senza che me ne accorgessi, al mio mettermi sempre in uno stato di richiesta, al mio scaricare la responsabilitá di come va la mia vita, di chi sono oggi, su qualcuno che ho lasciato entrare. Rifletto sul mio sentirmi un quadro da completare, uno surrealista che é stato ritrovato senza firma o il cui autore è morto: non so a chi chiedere delucidazioni su tutti gli elementi che mi compongono e sembro non avere senso. Allo stesso tempo, quando qualcuno mi dice che non capisce il quadro, mi arrabbio e mi difendo, come se io avessi giá compreso tutto. Cerco il pezzo mancante, cerco l’autore, pensando che godere della bellezza del quadro in sè, non basti. Il quadro, durante la mia ricerca ossessiva che mi distrae dalla bellezza e dai dettagli dell’opera, si impregna di nero. Quando alzo gli occhi, non solo non lo vedo più, ma non me lo ricordo. Prendo consapevolezza del fatto che ero già completa, senza inutili pretese da me o da chi mi ha dipinto, da chi ha cercato di guardarmi mentre mi oscuravo e non ha avuto il tempo di capire.