Adoro l’incontro casuale con un essere umano che possa comprendere il modo in cui io ho percepito un’esperienza, perché ne ha vissuta una simile prima di me.
Da qualche anno apprezzo particolarmente il confronto con esseri umani con una spiccata intelligenza emotiva e l’offerta di questa città non smette di affascinarmi o deludermi con la stessa intensità.
É interessante come molti di noi arrivati qui (da un altro stato, da un altro continente o semplicemente da un’altra città della Germania), abbiano fatto un percorso simile in merito alla costruzione di una rete di contatti, pur avendone ricavato visioni differenti della vita da expat.
Siamo tutti mescolati in un enorme pentolone e i fumi che ne escono ci inebriano e ci saziano.
Le serate migliori sono quelle in cui si entra in un club in due (spesso e volentieri il Katze), senza alcun tipo di proposito, e se ne esce in 4 o 5 dopo 8 o 9 Maracuja Split. Qualche drink fino al mattino, parlando delle nostre vite, delle nostre culture, cercando di spiegare come siamo finiti in questo posto a questo punto della nostra esistenza.
Si crea un tipo di intimità distante ma rassicurante: ti senti sempre più piccolo nel mondo, ma parte di qualcosa; solo piú che mai, ma mai solo.
E la città si restringe, non fa più così paura: sembra quasi di stare al bar del paese.
I quartieri racchiudono ormai dei ricordi.
E chissà come da un giorno all’altro, ci si trova a giocare con un’amica con le carte napoletane in un Pub sconosciuto ad Osterstraße, in mezzo ai tedeschi che fanno il tifo, con un po’ di pistacchi, noccioline e qualche birra; perché é uguale dove siamo: certe sensazioni da madrepatria sono riproducibili nella nostra nuova casa, dove in fondo un po’ stiamo comodi e non abbiamo più tanto freddo.