Ho impresse nella mente poche immagini così limpide come quella che sto per descrivere. Ho deciso di tacere a lungo ai più questo flash che ha bruciato una parte di me per sempre, tanto è stato potente.
C’è stata una fase in cui sono stata paralizzata da diverse forme di paura.
La paura di guidare, ad esempio.
Ho preso la patente nel 2013 ma non ho guidato fino al 2014. Era in parte la necessità che mi mancava.
In quel periodo avevo una relazione a distanza e il poveretto faceva avanti e dietro.
La sua presenza era costante, ma non lo dico nel senso positivo del termine.
Gli piaceva controllarmi, farmi sentire che ovunque io fossi, lui in qualche modo non avrebbe mai perso il controllo.
La colpa, tuttavia, come si suol dire, non si annida mai da una sola parte.
Aveva ogni password che la mia mente aveva partorito, gliele avevo offerte in cambio della sua fiducia. Ma si sa: la fiducia deve essere un investimento in un rapporto, non va guadagnata, giacché non si costruisce una casa e poi le fondamenta.
Comunque dicevo: ho iniziato a guidare nel 2014, perché 70 km dividevano me e l’ennesima prova di amore cieco che dovevo presentare.
Mi metto al volante perché, ahimè, nei miei tabulati telefonici c’era la chiamata di un compagno di università, durata esattamente 10 minuti e 13 secondi e no, lui non poteva accettarlo.
10 minuti e 13 secondi andavano compensati con un’ora e mezza di macchina.
Arrivo e confesso tutto l’amore che avevo nel corpo, spazzato via dalle sue mani sui miei capelli e da ciocche che cadono davanti al sedile del passeggero.
Vengo trascinata nel garage dove per due anni avevamo ascoltato musica e fatto l’amore, ora a terra in posizione fetale.
Arrivano calci allo stomaco: 1, 2, 3, 4…non sento più dolore. Rido nervosamente.
Mi fa alzare in piedi, tirandomi per la maglietta.
Mi prende per il collo, mi fa domande che non ricordo. Continuo a ridere e lui si incazza. Mi afferra il collo, a lungo. Mi manca il respiro e mi lascio andare. Sto per svenire.
Lui lascia la presa quando vede che dal collo stavo sanguinando perché con le unghie aveva portato via un neo, oltre alla mia dignità.
Continua ad infierire sul mio corpo, ma io non sento più niente. Dentro e fuori, il gelo più totale. Penso che finirà, prima o poi. Che non lo rifarebbe mai, in ogni caso. Mi lascia andare preoccupato dallo sguardo spento e dai lividi. Non mancando di ricordarmi che me la sono cercata, che lo faccio andare fuori di testa e che con un po’ di fondotinta sarei potuta andare a casa senza problemi. “Guarda cosa MI HAI FATTO FARE”.
Alle 6 di mattina, dopo circa 5 ore di inferno e una e mezza di macchina, sono a casa.
Non chiudo occhio. Alle 9 devo essere in università. Fa caldo, ma ho le maniche lunghe e uno scialle. La macchia nera sulla guancia destra goffamente coperta da uno strato di fondotinta tanto spesso che mi fa sembrare Moira Orfei.
Chiedo per l’ennesima volta a una mia compagna di università di firmare per me a lezione. Non avevo perso solo 7 chili nell’ultimo mese, ma anche il 70 % delle lezioni. Non potevo mica rischiare di non rispondere al telefono appena lui mi chiamava: altrimenti, chissà cosa “GLI AVREI FATTO PENSARE”.
Lei però, per la prima volta, mi chiede cosa sta succedendo e io senza accorgermene, quasi senza espressione facciale, mi alzo le maniche e mostro un variopinto pezzo di arte moderna. Ricordo ancora i suoi occhi, che no, non mi compativano affatto: erano pieni di rabbia. Ora era troppo e io glielo avevo permesso. Lo dovevo lasciare.
Facile a dirsi, meno a farsi.
Torno a casa dai miei, che con gli sguardi radar che ti forniscono in omaggio quando diventi genitore, aiutati ora dalla luce del sole, capiscono all’istante che qualcosa era successo.
Mio padre, pieno di compassione per quella creatura abbandonata da Dio, gli scrive chiedendogli spiegazioni. Lui si scusa, dice che è mortificato e che non succederà più. E beh, si sa: una seconda possibilità si dá a chiunque, a casa nostra.
La settimana dopo ero di nuovo a pranzo con lui e i suoi nonni. Guardiamo il telegiornale tutti insieme: “lui la brucia viva PER TROPPO AMORE”. Il resto, le mie orecchie non volevano neanche sentirlo per sbaglio. Una frase però l’ho sentita poco dopo e mi è andato di traverso l’unico boccone di pasta che ero riuscita a masticare: “POCO PER STA TROIA”.
Tutti ridono a questa uscita goliardica dell’uomo che mi amava troppo, anche lui.
Io vedo quei visi quasi deformati da quella risata, come se appartenessero al video di Black Hole Sun dei Soundgarden.
Smetto di mangiare, mi invento qualcosa riguardante un impegno di famiglia e accorcio il weekend che avrei dovuto passare in quella gabbia.
Me ne resto lontana per un po’. Quegli impegni a cui non potevo mancare, si facevano sempre più fitti andando a creare la base dell’alto muro delle mie difese emotive.
Lui capisce che sta perdendo il controllo su di me, mi lascia, mi dice che non mi ha mai amata, che non può funzionare. Che “IO L’HO PORTATO” a questa conclusione. Provo a rincorrerlo, totalmente dipendente e con la sindrome di Stoccolma.
Piango per la prima volta dopo la sera nel garage. Non è però un pianto triste.
È liberatorio;
una sorgente che riprende vita, dove però l’acqua non è potabile, tantomeno limpida.
L’impetuoso scorrere via di quello che era e non sarà più;
l’acqua che si trasforma in lava, poi, raffreddata dal vento gelido e dal tempo, in pietra.