Mi ritrovo a dover scrivere. Ultimamente sto dissociando sempre più frequentemente. Per spiegare meglio cosa sta succedendo, direi che sto vivendo la mia vita come un film, distaccata dal mio corpo, lontana dalle vibrazioni. Il tipo di società in cui stiamo vivendo mi sfianca, mi toglie energia, appiattisce le mie frequenze emotive. Passeggiavo per i mercatini di Natale, popolati da bestie affamate che comprano soprammobili per case in cui rinchiudersi. Quelle musiche che di solito si mettono in questo periodo dell’anno sono sempre state per me in un certo senso fastidiose, ma non avevano mai assunto quei connotati inquietanti delle musiche allegre nei film horror. Le sensazioni positive sono il prototipo di una felicità effimera, confezionata, di breve durata. Lo standard della serenità si è abbassato somigliando a quello dell’apatia, come se fosse meglio non sentire nulla piuttosto che quello che naturalmente tutti in questo momento proviamo. Un gioco di equilibrio in cui si cammina su di una corda molto sottile, sospesa sul burrone della depressione. Quanto si può resistere a tanta violenza psicologica, quando si è pedine in una scacchiera di cui non si vede la fine? Quando ti si presenta con Schmelzkuchen e decorazioni per l’albero? Il primo regalo che ho scartato quest’anno, era un cartone di tute anti-covid a lavoro. Il biglietto non c’era, ma me lo immagino così: “e voi, che pensavate di poter vivere. Tanti auguri.”