Guardo fuori dal finestrino di un treno, la campagna si distende verde e austera; non é dolce come quella di casa: mi guarda attraverso il vetro, senza strapparmi ricordi felici.

Rifletto su cosa per me significhi essere nuda. NUDA. NUDA.

Mi viene da pensare che sia un termine troppo vago, quindi andrei per associazione.

Nel mio percorso evolutivo, per la mia personalissima esperienza, la prima parola che vi accosterei sarebbe ACCETTAZIONE.

Se andiamo al significato più comune, mi ricordo quel senso di NAUSEA che ha sempre fatto da introduzione allo spogliarmi davanti a qualcuno, al pensiero di quale parte del mio corpo quella persona avrebbe ripudiato, evitato di guardare.L’impossibilità di raggiungere una vera intimità. L’ossessivo pensiero di oscillare tra il mediocre e il brutto.

L’ACCETTAZIONE della mia mediocrità estetica mi ha poi paradossalmente messa a NUDO, lasciandomi conoscere il mio vero IO, la mia essenza.

Sto imparando a spogliarmi davanti a me stessa, dei miei traumi, del mio dolore, di quello che mi hanno fatto e di quello che mi sono fatta, del veleno che rappresento nella mia testa come una grande massa nera al centro del petto.

Senza veli, senza inganni, senza nausea.

Lascia un commento